Google, storytelling, debito pubblico: le mappe della settimana

Opere aperte. Una ricerca pubblicata nella rivista “Poverty and Public Policy” esplora le discussioni sulla povertà nei libri a partire dall’Ottocento. Mostra in un grafico che il dibattito è diventato più intenso nei primi anni del XIX secolo e negli anni Settanta del Novecento. Soprattutto, segnala che durante il secondo picco si è affermata l’idea che ha povertà potrebbe e dovrebbe essere cancellata. (via Google)

Comuni inglesi. La pubblica amministrazione in Gran Bretagna ha diffuso su internet una mappa dimostrativa che segnala 180mila beni gestiti dagli enti locali. Incoraggia i Comuni e le altre istituzioni sul territorio a condividere i dati. Stima che valgano 385 miliardi di sterline: al cambio attuale, circa 439 miliardi di euro. Tutte le società quotate a Piazza affari in questa settimana arrivano appena all’80% del valore dei beni pubblici gestiti dalle amministrazioni locali nel Regno Unito. Il risparmio stimato attraverso un management più efficiente è di 35 miliardi di sterline (40 miliardi di euro).

Storie e storytelling. Mario Garcia è un designer che ha progettato il restyling di molti quotidiani celebri. Nel suo blog segnala alcuni punti di riflessione sul valore delle narrazioni.

Fonti visualizzate. Il ministero per l’energia negli Usa ha pubblicato cartine digitali che rappresentano a colpo d’occhio alcuni aspetti del consumo e della produzione. Interessanti le visualizzazioni di energy economy.

Proteste a Londra. Una mappa associa le aree degli scontri con l’indice di deprivazione. Deriva dalla piattaforma collaborativa MapTube che incoraggia il pubblico online a collegare dati con le mappe della Gran Bretagna.

Chi ha in tasca il debito pubblico italiano? Sul podio banche, investimenti privati e compagnie assicurative. E poi…l’infografica de Linkiesta.

Il cuore di Google. Alla fine degli anni Novanta due studenti di Stanford progettano una formula matematica che stabilisce il valore di una pagina web a partire dai link. Automatizzano un processo che era soprattutto manuale, attraverso le directory (ricordate Altavista? si chiede la New York Book Review). Ma l’algoritmo nel tempo ha subito cambiamenti. Seomoz ricorda quali sono i più importanti.

(image credits: doe)

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