Social network, alcune questioni aperte sulle proteste a Londra

Paul Lewis è un giornalista del Guardian: era in strada durante le proteste iniziate nell’area di Tottenham. Spiega che attraverso twitter ha ricevuto segnalazioni degli eventi (prima “seguivamo le ambulanze per trovare il fronte”, scrive) e conferma che il messenger del Blackberry è stato utilizzato per organizzare la mobilitazione. Con molta umiltà non si avventura a cercare spiegazioni per capire i motivi della protesta, ma cerca di descrivere in modo imparziale quello che ha visto. Osserva che anche gli abitanti hanno contribuito a fermare le violenze nelle strade: hanno difeso i loro quartieri contro i giovani. “Ho parlato con genitori che hanno detto di aver convinto i loro ragazzi a stare dentro, e giovani che hanno trattenuto i loro amici nel prendere parte (alle proteste, ndr)”, scrive Lewis. Anzi, i social network sono diventati un terreno aperto a tante voci, anche per chi ha pensato di ricostruire subito dopo la devastazione, per esempio con l’hashtag #riotcleanup.
Durante la primavera araba molti hanno puntato il dito contro i social network. In pochi giorni si sono moltiplicati i titoli “rivoluzione Facebook” e “rivoluzione social media”. Ma pochi hanno indagato a fondo sul contesto locale. E ancora meno sono andati a vedere sul campo che cosa stava accadendo. Molti condividono l’idea che i social network abbiano contribuito a comunicare le proteste in Tunisia e in Egitto. Di certo le hanno rese visibili in Europa e in Nordamerica anche nel flusso personale di informazione all’interno delle reti sociali online. Come è accaduto ancora prima con l’Iran dove le storie degli studenti scesi a protestare in alcune tra le principali città hanno viaggiato in pochi minuti oltre il Medio Oriente.
Ma la visibilità capillare abilitata dai social media diventa una spiegazione per qualsiasi cosa. La cartina digitale di Maptube sovrappone le aree di protesta con le zone dove l’indice di deprivazione economica è più alto. Ma non dice nulla di più sul senso della relazione. Anzi, alimenta le convinzioni di chi ha già un’interpretazione pronta, adattabile alle sue esigenze.

Da leggere:

Repressione e fuga nella realtà (Luca De Biase)

Riot Act (Giovanni Boccia Artieri)

Facebook e Twitter (Loredana Lipperini)

London riots: infografica dell’Ap

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